La strategia del Terrore
La mattina del 25 agosto 1936, in esecuzione di una mostruosa condanna a morte, Zinov'ev e Kamenev furono assassinati. Fu la logica conclusione del cosiddetto “Processo dei sedici”, dove sedici bolscevichi furono condannati a morte senza alcuna prova oggettiva, se non la confessione (o meglio l’autoflagellazione) “spontaneamente” e “liberamente” rilasciata dai condannati.
E fu l’inizio delle Grandi Purghe, volute da Stalin e da Molotov. La parola d’ordine fu una sola: purgare, epurare, purificare. Proprio così: bisognava liberare la società russa e il partito comunista da ciò che vi era di “impuro”. Perciò tutto il partito comunista adottò questa norma di igiene politica e morale, purgandosi e purgando un’immensa schiera di innocenti.
E fu l’inizio del Grande Terrore. Ovviamente quel macabro rito stalinista non nasceva soltanto da una sorta di sadica libidine, ma rispondeva soprattutto alla strategia del Terrore, a quella strategia che mirava a diffondere in ogni comunista la paura di essere scoperto o di essere ingiustamente accusato e condannato. Tale strategia del Terrore, applicata spietatamente, costantemente e indistintamente su tutti, conferì al compagno Stalin un potere talmente assoluto che gli permise di morire di vecchiaia nel suo letto.
Come ben si sa, quella sorte infelice, assurda e beffarda, non colpì soltanto comunisti potentissimi come Grigorij Zinov'ev e Lev Kamenev. Infatti, come nella Francia del 1789, così nella Russia comunista fu sempre la Rivoluzione che, dopo avere sbranato i suoi nemici, divorò i suoi figli e mangiò se stessa.
In effetti, innumerevoli in Russia furono gli esempi di questo mostruoso Crono-Saturno – cioè la Rivoluzione – che incessantemente divorò le sue creature. Andiamo per un attimo a considerare Lev Trockij che, assieme a Lenin, fu una delle figure centrali della Rivoluzione di ottobre e del gruppo dirigente della Russia comunista. Egli era indubbiamente il numero due dei capi rivoluzionari. In breve, nella Russia della rivoluzione bolscevica e anche all’estero, Trockij era considerato il naturale successore di Lenin.
Ma fatalmente la Rivoluzione cominciò a divorare i suoi figli. Sicché, ammalatosi Lenin, si costituì contro Trockij un triumvirato formato dall’ondivago Kamenev, presidente del Soviet di Mosca, dal vanitoso Zinov'ev, presidente del Soviet di Pietrogrado e dell’Internazionale comunista, e dal grigio e impenetrabile Stalin, segretario del Partito comunista dell’Unione sovietica.
Feroce e senza esclusione di colpi fu la guerra di quel triumvirato contro Trockij che, nel 1926 fu espulso dal Politburo; poi, nel 1927, fu espulso dal Partito; e successivamente, nel 1928, fu esiliato nella repubblica kazaka, per essere poi espulso dalla Russia.
Iniziò così, per Trockij, un tormentato itinerario da esule, perseguitato e fuggiasco, fino a giungere in Messico dove, il 21 agosto 1940, fu assassinato da Ramón Mercader, un agente segreto comunista (incaricato da Stalin in persona) che gli sfondò il cranio usando una piccozza.
Da notare, con molto raccapriccio, che nel 1960, con Chruščëv al potere, il Mercader fu insignito del titolo di «Eroe dell’Unione Sovietica» e dell’«Ordine di Lenin». Insomma, un benemerito questo Mercader; una sorta di arcangelo Michele che, armato, sconfisse il diavolo Trockij.
Ebbene, alla luce della vicenda umana e politica di Trockij, balza evidente una sorta di “mutazione genetica” che investì sempre più tutti i partiti comunisti. Senza dubbio, nel DNA di ogni partito comunista era riscontrabile 1) il dogmatismo; 2) l’intolleranza; 3) lo schematismo logico, ideologico e politico.
Il dogmatismo, infatti, collocava tutta la “verità” nei testi sacri del marxismo-leninismo (e poi del marxismo-leninismo-stalinismo; e poi del marxismo-leninismo-maoismo, e così via salmodiando e incensando), salvo poi a stabilire chi e come sarebbe stato legittimato a interpretare quella sacra scrittura della chiesa comunista.
L’intolleranza, a sua volta, derivava inesorabilmente dal dogmatismo; e si manifestava come atteggiamento teorico e pratico che non ammetteva idee o prassi politiche diverse da quelle comuniste, e perciò cercava di impedirne la libera affermazione.
Lo schematismo, infine, si articolava su tre momenti: a) la creazione di schemi o modelli rigidi (il capitalismo, il fascismo; il socialismo; il comunismo; lo stalinismo; il trockismo; lo zinovievismo, ecc.); b) il semplicistico e rozzo procedere “logico” e l’ottuso comportamento pratico, secondo quegli schemi rigidi e astratti; c) la facile, superficiale e pericolosa consequenzialità con cui, una volta posto uno schema, si accettavano le più assurde conseguenze che, per “sillogistica coerenza”, da quello schema derivavano. Ecco un esempio di sillogismo ideologico-dogmatico: tutti i trockisti sono controrivoluzionari; tu sei un trockista; quindi tu sei un controrivoluzionario.
Sulla base di questo DNA comunista, era facile disegnare il “nemico”, l’eretico, l’avversario da combattere e abbattere, da perseguitare e debellare dentro e fuori le mura. Ma, con le lotte politiche all’interno del gruppo dirigente comunista dopo Lenin, avvenne la “mutazione genetica” che è facile comprendere se ci facciamo aiutare da Stalin.
In un importante discorso del 3 marzo 1937, mentre le purghe staliniste proseguivano come un rullo compressore seminando morte e terrore nella Russia comunista, l’onnipotente compagno Stalin ebbe a dire: «I sabotatori trockisti del giorno d’oggi, i trockisti, sono in gran parte gente di partito, gente che ha la tessera del partito in tasca – quindi gente formalmente non estranea. Se i vecchi sabotatori andavano contro i nostri uomini, i nuovi sabotatori, al contrario, strisciano davanti ai nostri uomini, adulano i nostri uomini, ricorrono alla piaggeria davanti ad essi per conquistare la loro fiducia»[1].
«Sono necessari metodi nuovi. È necessario estirpare e distruggere», continua Stalin invitando la polizia segreta a fare il suo dovere e a diffondere il Terrore.
E, cosa ancor più grave, in quello stesso discorso del 3 marzo 1937 Stalin sancisce la formulazione teorica del “nemico di classe”, che servirà di pretesto per i peggiori soprusi: «È necessario demolire e buttare a mare la putrida teoria secondo la quale, ad ogni passo avanti che facciamo, la lotta di classe da noi dovrebbe affievolirsi sempre più, secondo la quale, nella misura che otteniamo dei successi, il nemico di classe diventerebbe sempre più mansueto. Questa non è solo una teoria putrida, ma anche una teoria pericolosa, poiché addormenta i nostri uomini, li fa cadere in trappola, mentre dà la possibilità al nemico di classe di riordinare le sue forze per la lotta contro il potere sovietico. Al contrario, quanto più andremo avanti, quanti più successi avremo, tanto più i residui delle vecchie classi sfruttatrici distrutte diventeranno feroci, tanto più rapidamente essi ricorreranno a forme di lotta più acute, tanto più essi cercheranno di colpire lo Stato sovietico, tanto più essi ricorreranno ai mezzi di lotta più disperati, agli ultimi mezzi di chi è condannato a morire»[2].
Così, una volta posto il dogma che i nemici del comunismo erano i trockisti e il trockismo, bisognava prendere coscienza che questi nemici si nascondevano subdolamente fra i compagni “veri e buoni”; e, per meglio tramare e meglio tradire, questi criminali fingevano di essere zelanti comunisti, mostravano un’apparente fedeltà e una falsa disciplina di partito, avevano addirittura la tessera del partito, in modo da non essere scoperti.
Chiarissima e indiscutibile era la direttiva politica di Stalin.
Secondo il rapporto segreto di Chruščëv, il numero degli arresti crebbe di dieci volte tra il 1936 e il 1937. Così migliaia di comunisti caddero nella Grande Purga. Proprio in questo periodo furono eliminati cento membri del Comitato centrale del Partito comunista.
Ovviamente, solo per i casi più importanti gli imputati subirono un processo-farsa che sboccava nella fucilazione. Per i militanti di base, per milioni di lavoratori (tre, quattro milioni?), per intere popolazioni, fece fronte direttamente la polizia segreta.
E il compagno Togliatti? Già nel 1936 (qualche mese dopo l’assassinio di Kamenev e Zinov'ev; e qualche mese prima del discorso staliniano del 3 marzo 1937), il compagno Togliatti aveva scritto sulla rivista del Komintern un articolo, in cui aderiva apertamente e completamente alla politica stalinista, condannando il trockismo non più come una eresia controrivoluzionaria, bensì come un patto scellerato fra il trockismo e il fascismo contro il comunismo di Stalin. Sicché Togliatti non esitava a definire il trockismo come «la setta controrivoluzionaria dei trockisti» che spezzava l’unità antifascista della classe operaia.
«La setta controrivoluzionaria dei trockisti – scriveva lo stalinista Togliatti sotto lo pseudonimo di “Ercoli” – dirige la sua attività principalmente in tre direzioni. Anzitutto, essa si sforza in tutti i modi di rompere i legami sempre più stretti che uniscono il proletariato dell’Unione Sovietica alla classe operaia e alle masse popolari dei paesi capitalistici. In secondo luogo, essa tenta in tutti i modi di impedire la realizzazione dell’unità della classe operaia nella lotta contro il nemico fascista e per la difesa della pace, ovunque facendo opera di divisione, di disgregazione, di dispersione di forze operaie. In terzo luogo, essa cerca con tutti i mezzi di impedire che si raccolgano attorno alla classe operaia le grandi masse popolari, le forze progressiste e antifasciste della piccola borghesia urbana e delle campagne, che è invece una delle condizioni decisive della lotta vittoriosa contro il fascismo»[3].
Come si può notare, in questo articolo di Togliatti c’era tutto l’armamentario ideologico che durerà sino ad oggi: la classe operaia, le masse popolari, il proletariato, le forze progressiste e antifasciste, la lotta per la pace (salvo poi stipulare, nel 1935, il patto franco-sovietico di collaborazione militare) e la lotta contro il fascismo (salvo poi a stipulare, nel 1939, il Patto fra Stalin, capo dell’antifascismo mondiale, con Hitler capo del nazismo).
Se poi togliamo il velo a questa retorica di entità angelicate ed astratte (la dittatura del proletariato che non è una dittatura; la classe del proletariato come non-classe; la libertà borghese che è “formale” e illusoria mentre la libertà comunista è “sostanziale” e autentica; il borghese sempre cattivo, mentre il proletario è sempre buono, come un moderno Baiardo, cavaliere senza macchia e senza paura); allora appare la dura realtà di un regime che gronda di lacrime amare e di sangue innocente.
D’altronde, a leggere queste parole di Togliatti, ci viene in mente la definizione che, in tempi non sospetti, Trockij aveva dato di lui come il «giurista del Komintern», per le notevoli capacità togliattiane di “mediare” fra le varie anime del partito comunista russo e dei partiti comunisti della Terza Internazionale (il Komintern).
Insomma, nella chiesa comunista di Mosca, il compagno Togliatti era il Doctor subtilis, il “dottor sottile” che, per la sua raffinatezza intellettuale e le sue capacità di negoziazione, sapeva destreggiarsi nelle pericolose e procellose dispute “teologiche” dei comunisti, restando sempre vivo, sempre a galla e non precludendosi mai una via d’uscita.
Ma, ora che la chiesa di Mosca aveva trovato in Stalin il suo infallibile e intollerante sommo pontefice; ora che il sanguinario despota russo non lasciava spazio per comodi ed eleganti bizantinismi intellettuali; ora che Stalin aveva inaugurato la mattanza e pretendeva una fede cieca e assoluta, sotto pena di fucilazione; allora il compagno Togliatti dismise la serica zimarra del Doctor subtilis, per indossare immediatamente il pesante pastrano dello stalinista Doctor Mellifluus, del “dottor mellifluo”, che stillava miele attorno al despota comunista.
Sicché, ad honorem et gloriam di Stalin, il nostro Togliatti abbandonò la retorica angelicata per svelare il volto dell’inquisitore, che chiede l’eliminazione fisica («sbarazzarsi per sempre e radicalmente») dei trockisti, che sono dei «banditi» (così li definiva Togliatti, marchiandoli come criminali e delinquenti), che sono gli agenti del fascismo: «Tutto il movimento operaio, tutte le organizzazioni della classe operaia devono sbarazzarsi, e per sempre, radicalmente, dei banditi che s’insinuano nei loro ranghi, per scivolarvi le direttive e le parole d’ordine del fascismo, per compiere il mandato del nemico di classe. La classe operaia non potrà battere i suoi nemici se essa terrà nel suo seno gli agenti che questi nemici vi mandano»[4].
Stando così le cose, non c’era scampo. Non bastava più la lotta contro il nemico di classe, contro il nemico esterno, contro un nemico che si opponeva apertamente e facilitava il compito di individuarlo e sconfiggerlo. Ora quella lotta diventava una guerra senza quartiere, all’ultimo sangue, contro il “falso comunista”, il “sabotatore”, il “nemico del popolo”, in una parola, contro il trockista che si annidava come una serpe velenosa nel seno del partito comunista, e si mimetizzava da compagno fedele e disciplinato, mentre era un traditore, un bandito, un sabotatore.
E purtroppo, nella guerra civile spagnola del 1936-1939, avremo un tragico banco di prova della sanguinosa lotta dei comunisti contro i trockisti e gli anarchici del Partido Obrero de Unificación Marxista (POUM) all’interno del fronte antifascista.
In verità, avevano un sapore tra il romantico e il farneticante certe teorie trockiste sulla rivoluzione sociale, quando si trattava invece di centralizzare e militarizzare la lotta antifascista sulla base degli aiuti militari e finanziari dell’Unione Sovietica. E fu così che i trockisti spagnoli e il Partido Obrero de Unificación Marxista (POUM) furono duramente perseguitati dai comunisti stalinisti del Partido Comunista Español (PCE), che li accusavano di essere “agenti del fascismo” e di sabotare la guerra. E la polizia segreta staliniana introdusse in Spagna i suoi metodi sbrigativi. Sicché la caccia al trockista fu uno dei capitoli neri della lotta antifascista in Spagna.
Basti pensare che Andrés Nin, uno dei più famosi dirigenti del Partido Obrero de Unificación Marxista, verrà prelevato secondo i metodi della polizia stalinista e scomparirà per sempre. Per la precisione, Andrés Nin fu arrestato il 16 giugno 1937. Successivamente venne prelevato e trasferito in segreto in un’altra prigione, dove fu torturato e ucciso.
Ma torniamo al Terrore che regnava in Russia.
Ormai, nessuno era al sicuro; nessuno – tranne Stalin – era al di sopra di ogni sospetto. Nessuno poteva fare appello alla prova della sua disciplina e del suo attaccamento al partito comunista, perché tale prova, nelle mani della polizia politica stalinista, poteva invece “provare” il suo subdolo e falso atteggiamento per sabotare e tradire il partito dall’interno.
Sicché nella vita dei partiti comunisti si introdusse – ed è questa la mutazione genetica – qualcosa di ben più grave del dogmatismo, dell’intolleranza e dello schematismo.
Ormai Stalin stava creando un’atmosfera di spietata inquisizione, di sospetto, di terrore, di metodi polizieschi; un’atmosfera avvelenata che non dava tregua né pace ad ogni comunista, per potente che fosse stato. Ormai ogni comunista viveva nella paura, perché sapeva che, da un momento all’altro, poteva essere prelevato dalla polizia segreta con l’accusa di essere un “sabotatore”, un “traditore”, un trockista.
A tal proposito, basti pensare che Trockij veniva presentato come il padre di tutti i progetti controrivoluzionari; come l’agente del fascismo internazionale; come un vero e proprio nazista; come il mostro che stava dietro ad ogni tentativo di sabotare l’edificazione del socialismo in Russia.
A questa ininterrotta valanga di accuse staliniste contro il trockismo, la più intelligente e sarcastica risposta venne proprio dallo stesso Trockij, che allora si trovava esiliato in Messico: «In questa attività sembra che primi ministri, generali, marescialli e ambasciatori abbiano preso invariabilmente ordini da una sola persona: non dal loro leader ufficiale, ma da un esiliato. Un cenno di Trockij bastava per trasformare veterani della rivoluzione in agenti di Hitler e del Mikado. Dietro “istruzioni” di Trockij, trasmesse attraverso il principale corrispondente della Tass, i dirigenti dell’industria, dell’agricoltura e dei trasporti stavano distruggendo le risorse produttive della nazione e abbattendo la sua civiltà. Per ordine del “nemico del popolo” che tramava dalla Norvegia e dal Messico, i ferrovieri sabotavano i convogli militari in Estremo Oriente e medici di indiscussa onestà avvelenavano i loro pazienti al Cremlino. Questo è lo stupefacente quadro dipinto da Vyšinskij [il potentissimo procuratore generale dell’Unione Sovietica]. Ma qui sorge una difficoltà – continuava Trockij –. In un regime totalitario è l’apparato che esercita la dittatura. Se i miei accoliti occupavano tutte le posizioni chiave dell’apparato, come mai Stalin è al Cremlino e io in esilio?».
E già, come mai? A questa domanda retorica di Trockij, egli stesso, prima e meglio di noi, seppe dare una risposta. E la risposta fu questa: la valanga di calunnie e di falsità “serviva” a Stalin, ovvero era funzionale sia alla strategia stalinista del Terrore, che metteva sotto scacco tutti i comunisti, sia alla copertura di alcuni fallimenti dei piani politici ed economici di Stalin, il quale poteva sempre addebitare i suoi insuccessi ai nemici interni, ai trockisti, che nascostamente facevano sabotaggio.
(Continua)
[1] G. Stalin, Sulle deficienze del lavoro del Partito e sulle misure per liquidare i trotzkisti e altri ipocriti, pubblicato con il titolo Per la conquista del bolscevismo, prefazione di Giuseppe Berti, Edizioni di cultura sociale, Paris 1937. Il brano è citato da P. Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano. I fronti popolari, Stalin, la guerra, Einaudi, Torino 1970, p. 175.
[2] Ivi.
[3] Ercoli (Palmiro Togliatti), Les enseignements du procès de Moscou, in « L’internationale communiste », anno XVIII, ottobre-novembre 1936, p. 1273. Il brano è citato da P. Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano. I fronti popolari, Stalin, la guerra, cit., p. 126.
[4] Ivi, p. 1278.



