1. «Se un buon numero dei prigionieri morirà […], non ci trovo assolutamente niente da dire»
Portiamoci indietro. Facciamo un salto di 84 anni, per arretrare sino al 1942, e situarci quindi in Unione Sovietica (la Russia comunista), precisamente sul lunghissimo fronte di guerra che grosso modo andava, sull’asse nord-sud, da Leningrado fino a Stalingrado. Vi sembra immenso? Eppure, nel tragico panorama di una guerra veramente “mondiale”, quel fronte spaventoso era soltanto uno dei tanti fronti di guerra – precisamente il “fronte orientale” del teatro bellico europeo – mentre possiamo parlare di un “fronte occidentale”, che era stato il più importante e che aveva investito la Francia e i Paesi dell’Europa occidentale; di un “fronte africano” (Rommel; Montgomery; ecc.) o di un fronte atlantico (guerra sottomarina: U-Boot tedeschi contro i convogli di rifornimenti americani che facevano la spola tra l’America e l’Inghilterra). E, beninteso, stiamo facendo centro sull’Europa e sulle direttrici di attacco della Germania di Hitler. Non dimenticando ovviamente che, dalla domenica 7 dicembre 1941, con l’attacco giapponese contro la flotta americana a Pearl Harbor, esisteva un “fronte giapponese” che come teatro di guerra aveva l’immensa area del Pacifico.
Ma torniamo al fronte russo dove, nell’estate 1941, a fianco dell’esercito tedesco troviamo un contingente italiano – il Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR) – schierato in Ucraina meridionale, nel settore operativo del Gruppo d’armate Sud che era comandato dal feldmaresciallo tedesco von Rundstedt. A guidare l’avanzata italiana verso la città di Stalino (oggi Doneck), fu la divisione “Celere” con i suoi reggimenti di cavalleria e bersaglieri. Il 20 ottobre 1941, infatti, il 3º Reggimento bersaglieri riuscì ad occupare l’importante stazione ferroviaria a nord-ovest di Stalino, mentre i tedeschi conquistarono il resto della città.
Intanto bisogna dire che, nella prima decade di giugno 1942, il Secondo Corpo d’armata e il Corpo d’armata alpino, destinati sul fronte russo, iniziarono il loro trasferimento per unirsi al Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR) che, come abbiamo detto, era già operativo sul teatro di guerra russo. Sicché il CSIR fu assorbito e sostituito dall’Ottava Armata italiana o Armata italiana in Russia (ARMIR) che, tra il luglio 1942 e il marzo 1943, operò sul fronte orientale a fianco delle truppe tedesche impegnate a Stalingrado.
Il fatto più importante, nella nostra prospettiva e per il fine del presente discorso, fu l’attacco di sfondamento russo che iniziò il 16 dicembre 1942 e che rientrò nella strategia più generale di stroncare la controffensiva tedesca su Stalingrado.
La mossa russa fu decisiva e micidiale per le nostre truppe. Ben presto il fronte italo-tedesco si sfaldò, fu travolto, e da qui cominciò una precipitosa e drammatica ritirata. Ma se i tedeschi si mossero prima, e con ben altri mezzi, gli alpini italiani ricevettero il permesso di arretrare solo il 17 gennaio, quando purtroppo l’accerchiamento era praticamente compiuto. La durissima e disordinata ritirata – costellata di sanguinosi combattimenti, falcidiata dal gelo e dalla mancanza di rifornimenti, resa caotica dalla rottura quasi completa della catena di comando – culminò il 26 gennaio nella battaglia di Nikolajewka, quando un ristretto nucleo dei reparti italiani ancora efficienti della divisione alpina “Tridentina” spezzò l’accerchiamento sovietico, permettendo ad alcune decine di migliaia di soldati italiani, tedeschi, ungheresi e romeni di sfuggire alla cattura o all’annientamento.
Catastrofico fu il bilancio finale dell’intervento italiano sul fronte russo: l’Armata italiana in Russia (ARMIR) perse 114.520 uomini, di cui 84.830 caduti (inclusi i deceduti in prigionia). La metà di loro erano Alpini. Un numero imprecisato di soldati – tra 45.000 e 60.000 – fu catturato dai sovietici. Ne sarebbero tornati in Italia, anche a distanza di anni, poco più di 10.000.
Di fronte a queste cifre (che non erano segrete, e che anzi erano sbandierate dalla propaganda russa, per mostrare orgogliosamente e legittimamente una delle vittorie della “guerra patriottica” di Stalin contro i nazifascisti) un comunista italiano, Vincenzo Bianco, allora funzionario del Komintern (Internazionale comunista) a Mosca, scrisse una lettera a Palmiro Togliatti sulla questione dei tanti soldati italiani prigionieri nei terribili Gulag russi (a quella data i prigionieri erano circa 50.000).
«Penso che bisogna trovare una via, un mezzo – scriveva Bianco, il 31 gennaio del 1943, a Togliatti – per cercare con il dovuto tatto politico di porre il problema affinché non abbia a registrarsi il caso che i prigionieri muoiano in massa come è già avvenuto. La cosa è troppo importante perché io la ponga e pur essendo una giusta preoccupazione la porrei nel modo, nella forma e senza l’autorità che la cosa possiede».
Alla proposta di Bianco, Togliatti rispose in data 15 febbraio 1943, con una lunghissima e dettagliata lettera. A ben vedere, tra la lettera di Bianco (a Mosca) e quella di Togliatti (pure a Mosca) corse un periodo di quindici giorni, un periodo vistosamente “breve”, se pensiamo che in quegli anni di guerra Togliatti aveva ben altro a cui badare rispetto alla lettera di Bianco. E la domanda che sorge spontanea è duplice: come mai Togliatti si premurò di rispondere? E, soprattutto, perché mai rispose, quando avrebbe potuto benissimo non scrivere, evitando così di sfiorare argomenti pericolosi nel clima di sospetto e di sangue instaurato già da moltissimi anni dal compagno Stalin?
Preliminarmente possiamo azzardare una spiegazione alquanto plausibile, e cioè: nella lettera di Bianco, Togliatti sentì una certa puzza di “provocazione” – più o meno involontaria, più o meno condizionata dalla famigerata polizia segreta comunista – allo scopo di mettere alla prova la sua “fedeltà” agli occhi sospettosi dei servizi segreti e, soprattutto, agli occhi sospettosissimi di Stalin. Pertanto la lettera di Bianco richiedeva una risposta “celere”, netta e articolata, scritta in modo da fugare ogni dubbio sulla “fedeltà” di Togliatti, il quale dava per scontato che la polizia segreta comunista fosse già a conoscenza della lettera di Bianco e anzi stesse aspettando la sua risposta. D’altronde non si spiegherebbe altrimenti come mai Togliatti, uno degli uomini più potenti del comunismo mondiale, si abbassasse a scrivere a un minuscolo funzionario del Komintern una lunghissima lettera (quasi un trattatello), articolata in diversi capitoli.
A questo punto, qualcuno potrebbe candidamente dire: «Ma perché costoro non si parlavano di presenza, considerato che stavano ambedue a Mosca?». Una simile domanda significa ignorare il rigido costume dei comunisti – un costume che durò sino al dopoguerra anche nel partito comunista italiano – che imponeva il ricorso alla carta scritta non solo fra due compagni lontani, ma anche fra compagni presenti alla stessa riunione, i quali comunicavano con bigliettini scritti quando si trattava di cose importanti.
Ovviamente tale costume, specialmente negli anni dello stalinismo comunista, aveva un duplice scopo: da un canto, quello di un’eventuale autodifesa da parte del comunista accusato e, dall’altro, quello di un’eventuale prova di colpevolezza da parte degli accusatori.
Comunque, al di là delle ipotesi più o meno plausibili, stiamo ai fatti. E quindi stiamo alla risposta che Togliatti scrisse, il 15 febbraio 1943, a Vincenzo Bianco. In quella lettera, addirittura suddivisa in vari capitoli, Togliatti rispose alle tante questioni politiche sollevate dal Bianco. Al terzo capitolo della lettera (e precisamente alle pagine 7, 8 e 9), dove si toccava la questione di fare qualcosa per i tanti soldati italiani prigionieri nei gulag russi, la risposta di Togliatti fu glaciale: «L’altra questione sulla quale sono in disaccordo con te, è quella del trattamento dei prigionieri. Non sono per niente feroce, come tu sai. Sono umanitario quanto te, o quanto può esserlo una dama della Croce Rossa. La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso la Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire».
Insomma, sulla questione di principio, per Togliatti non c’era nulla da dire, perché non c’era nulla da aggiungere a quello che aveva già stabilito il dittatore comunista Stalin. Ipse dixit. O meglio: Stalin locutus, causa finita est.
E sul piano della pratica? Sul piano della pratica, il realismo di Togliatti scivolava in un freddo compiacimento cinico: «Nella pratica, però, se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire».
E per quale motivo egli non trovava nulla da dire, se rischiava di morire «un buon numero di prigionieri» italiani? Ce lo dice subito lo stesso Togliatti, rispondendo a Bianco e, indirettamente, alla polizia segreta e a Stalin: «Non c’è dubbio che il popolo italiano è stato avvelenato dalla ideologia imperialista e brigantista del fascismo. Non nella stessa misura del popolo tedesco, ma in misura considerevole. Il veleno è penetrato tra i contadini, tra gli operai, non parliamo della piccola borghesia e degli intellettuali, è penetrato nel popolo, insomma. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti. Quanto più largamente penetrerà nel popolo la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l’avvenire d’Italia».
A quel punto, la lettera togliattiana delineava il profilo di due tipi di “lezione”. In primo luogo, la “lezione” che Togliatti impartiva sulla genesi e sulla natura del fascismo: in breve, la dittatura di Mussolini non era – come da più parti era stato detto – la tirannia di una minoranza violenta e barbara contro la stragrande maggioranza del popolo italiano antifascista; e non era neppure la dittatura della classe capitalistico-borghese sulla classe operaia. No, niente affatto. Il fascismo – secondo quel che scriveva Togliatti in quella lettera – aveva conquistato il consenso del popolo italiano: dai contadini agli operai, dalla piccola borghesia agli intellettuali.
Ma, attenzione! Secondo Togliatti, quel “consenso” dato al fascismo non nacque da un giudizio favorevole né da una libera approvazione popolare alla dittatura. In verità (la verità togliattiana, ovviamente), quel “consenso” fu l’effetto di un “veleno” che penetrò nel cervello e nell’anima del popolo italiano. E allora qual era – secondo la gelida diagnosi di Togliatti – l’antidoto contro tale veleno che ammorbava l’Italia? L’antidoto stava nel favorire il più possibile la tragedia nazionale italiana e la tragedia di ogni famiglia italiana, nello stendere su tutta l’Italia una nera coltre di lutto nazionale e personale: «Il fatto – scriveva Togliatti – che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti».
Insomma – e qui andiamo ora alla seconda “lezione” – bisognava fare tutto il possibile per infliggere una tremenda e indimenticabile lezione-mazzata al popolo italiano, affinché scontasse il peccato di avere sostenuto il fascismo e non dimenticasse in avvenire la dura lezione della sconfitta. Extremis malis, extrema remedia; a mali estremi, estremi rimedi.
Nessuna compassione, dunque, per i soldati italiani. Nessuna pietà, nessuna debolezza verso il popolo italiano avvelenato dal fascismo, malato di fascismo. Nessuna pietà, perché il medico pietoso fa la piaga verminosa. E, beninteso, questa “cura disintossicante” non riguardava solo il passato, ma avrebbe avuto i suoi benèfici effetti soprattutto in avvenire, quando la guerra si sarebbe conclusa con la sconfitta della Germania e dell’Italia. Perciò Togliatti continuava a scrivere: «Quanto più largamente penetrerà nel popolo la convinzione che aggressione contro altri paesi significa rovina e morte per il proprio, significa rovina e morte per ogni cittadino individualmente preso, tanto meglio sarà per l’avvenire d’Italia».
E qui Togliatti liquida la questione del sangue, del lutto e della morte per gli italiani, sublimando il tutto nell’Olimpo della filosofia hegeliana. In altri termini, nella morte di migliaia di prigionieri italiani, «non riesco a vedere altro – scriveva Togliatti – che la concreta espressione della giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la Storia».
Finalmente cala la giustizia della Storia (quella con la S maiuscola) sulla testa malata degli italiani fascisti o filofascisti. Questo sì che è parlar chiaro! Confesso che scalda il cuore osservare, nel freddo clima di Mosca, in mezzo a tanti rigidi e pesanti compagni-tovarišč, il nostro tovarišč Togliatti mentre volteggia, scaltro e leggero, nei cieli della filosofia hegeliana.
Pertanto, se il grande Hegel aveva visto nell’imperatore Napoleone lo Spirito del mondo (der Weltgeist) andare a cavallo per le strade di Jena, in compenso il piccolo Hegel-Togliatti aveva visto di più: aveva visto nel compagno-tovarišč Stalin lo Spirito del mondo per le strade di Mosca.
(Continua)






















