Buongiorno, caro signore, buon 2026 anche a lei! Ma, la prego, stia col cappello in testa. C’è freddo stamattina e, alla nostra età, è bene cautelarsi. Anzi, credo che un po’ di cautela la dobbiamo avere anche con gli auguri.
Non si meravigli, per quello che le sto dicendo. Ma a me pare che ogni volta si esageri: e buon anno di qua, e buon anno di là; e che sia un anno di pace, di felicità, di salute; e speriamo che sia migliore dell’anno passato. Così, ad ogni capodanno, non facciamo altro che contrapporre superficialmente il vecchio anno al nuovo, demonizzando il vecchio e angelicando il nuovo.
Ma attenzione, egregio signore. Cerchiamo di non sovraccaricare di aspettative e di compiti questo 2026, che ancora è solo un neonato. Lo stiamo soffocando, questo pargoletto, addossandogli scriteriatamente mille speranze, mille belle parole, mille buoni propositi. Calma, per favore! Aspettiamo un po’. Diamogli il tempo di crescere.
E poi – diciamocelo chiaramente – è stucchevole questo nostro stanco rito di contrapporre il vecchio anno al nuovo, come se il vecchio fosse venuto fuori dal sottosuolo degli Inferi, e invece il nuovo fosse calato dal cielo come un angioletto.
Così facendo, caro signore, dimentichiamo pericolosamente che il nuovo anno è figlio del vecchio, ed è carne della sua carne.
Lei mi dice che, ad ascoltare me, si cade nello scetticismo e nel pessimismo. Ed io le rispondo che, pur non conoscendo il suo riverito nome, credo di averla conosciuta un po’ stamattina. E perciò aggiungo che comprendo la sua preoccupazione di cadere nel pessimismo, ma le chiedo di darmi la possibilità di spiegare meglio il mio pensiero non pessimista.
Indubbiamente io ho detto che il nuovo anno è figlio del vecchio. Però non sottovaluto il fatto che un padre e un figlio non sono perfettamente identici; e che quindi ciascuno possiede la propria originalità, quel proprium, quello specifico, che rende irripetibile ogni individualità.
Orbene, dopo questo chiarimento, le dico la cosa più importante: noi trascuriamo che il vecchio e il nuovo anno siamo noi. Ebbene sì, siamo noi! Noi, proprio noi, con i nostri pregi e i nostri difetti, con le nostre grandezze e le nostre meschinità.
Insomma, lo scorrere del tempo sta nella nostra anima. E sul filo del tempo noi poniamo i nostri progetti, gli ideali, gli amori, i buoni propositi, le buone azioni; e purtroppo anche le nostre delusioni, le nostre miserie, i nostri rancori, i nostri tradimenti, i nostri rimorsi, i nostri peccati.
Non riusciamo a comprendere, infine, che il vecchio e il nuovo anno – come tutti gli anni, del resto – stanno continuamente e perennemente in noi. E a noi tocca saper discernere e poi saper giudicare con molto buon senso, con prudenza e con onestà, quel che di buono e/o di malvagio abbiamo fatto nel vecchio anno.
Lei, caro signore, giustamente mi chiede come si fa ad effettuare quest’opera di discernimento e di giudizio. Ebbene, secondo me, si tratta di fare un bilancio, anzi un esame di coscienza. Un “esame” una volta l’anno per capodanno? Santi numi, non si perda d’animo, veda lei! L’ideale sarebbe fare un esame di coscienza ogni sera. Ma questo spetta a noi stabilirlo.
Le sembra impossibile? Provi a farlo. Faccia il tentativo! Vedrà che scoprirà del buono anche nel suo vecchio anno. Scoprirà qualcosa di buono, anzi tante cose buone assieme alle cattive. E dovrà distinguere e poi separare – in noi, soprattutto in noi – il bene dal male, il grano dal loglio, il grano dalla zizzania. Così facendo, lei ha il dovere di non disperdere o perdere il “tesoretto” delle cose buone che ha realizzato nel vecchio anno – che è il nostro “vecchio io” –, per metterlo a frutto durante questo nuovo e neonato 2026.
Come lei può ora constatare, io non sono affatto pessimista, anche se non annego nell’ottimismo astratto ed assoluto per cui tout va très bien Madame la Marquise. D’altronde, come faccio ad essere pessimista sulla natura umana, sugli uomini, su me stesso, quando nella mia vita ho fatto sempre il mestiere di pedagogo? Quando, cioè, ho fatto il mestiere più bello e più difficile del mondo, dopo quello di genitore?
Noto che lei, caro signore, mi guarda con curiosità. Ebbene sì, non c’è cosa più bella e più difficile dell’educazione e della formazione dei giovani. Ed uno dei prerequisiti di questo “mestiere” è quello di credere che l’uomo possa migliorare, di avere fiducia nei giovani, ovviamente senza scadere nell’idolatria del giovanilismo, secondo cui i giovani hanno sempre ragione, e senza inseguire l’approvazione giovanile ad ogni costo, a prezzi stracciati, sino a perdere il significato dell’educazione e il ruolo dell’educatore.
Ma ora la debbo lasciare. Anche per me è stato un piacere incontrarla. Grazie per gli auguri! Anche a lei un buon anno 2026.






















