Qualche superstite dell’era paleozoica, come me, ricorderà ancora l’espressione del nostro dialetto siciliano: «ciatu miu”, ciatu di lu me cori».
Il termine siciliano “ciatu” deriva dal latino “flatus”. E generalmente “flatus” viene tradotto come “fiato”, “respiro”. Ma “flatus” ha pure un significato ancor più bello e più nobile. Ed è quello di “anima”.
Un tempo, infatti, – quando ancora esisteva l’amore – il termine “ciatu” comportava non di rado il concetto e il termine di “anima”, e quindi di tutto ciò che era spirituale, immortale, incorruttibile.
“Ciatu”, dunque, significava “anima”; e perciò significava “vita”.
Sicché i giovani innamorati siciliani sussurravano appassionatamente: «ciatu miu», come a dire: «anima mia; vita mia». E, negli attimi più belli e più dolci dell’eros, gli amanti sospiravano: «ciatu miu, ciatu di lu me cori» («vita mia, vita del mio cuore»).
Si aggiunga che le madri siciliane accompagnavano trepidamente alla vita i loro figlioletti, accarezzandoli continuamente con “ciatu miu”. E sovente li cullavano fra le braccia bruciate dal sole, stringendoli al seno avvizzito, sussurrando loro come una dolce ninna nanna: «Ciatu miu; ciatuzzu miu».
Purtroppo, non era rara la straziante scena della mater dolorosa siciliana che – cinta di nero lutto e di uno scialle nero – si avvicinava al cadavere del figlio morto, si chinava per accarezzargli i capelli sporchi di sangue, glieli pettinava con le dita, si accostava alle labbra del giovane esanime quasi ad accoglierne l’ultimo respiro, quasi a volergli donare il suo respiro di madre, e continuamente gli sussurrava piano piano: «Figghiu miu, figghiu aduratu; ciatuzzu miu; ciatu di lu me cori».
Scene da tragedia greca, quando in Sicilia la vita era una tragedia.
E proprio in quella Sicilia intendo restare con voi, per narrare à ma manière la drammatica storia d’amore di due giovanissimi siciliani di Vizzini: Turiddu Macca, figlio della gnà Vannina, e Lola, figlia di massaru Angilu.
Beninteso: questa storia d’amore e morte, pur ispirandosi a Giovanni Verga e a Pietro Mascagni, non vuol essere la fotocopia né della Novella verghiana[1] e neppure dell’opera lirica mascagnana[2]. Questa storia, molto più modestamente e più semplicemente, è una mia creatura. Brutta, forse, ma è figlia mia!
Era una bella siciliana la giovanissima Lola, anzi era una delle più belle ragazze di Vizzini. Di portamento altero, ma non sussiegoso, Lola era capace d’intimorire e scoraggiare i maschi non graditi; ma era pure capace di ammaliare e carezzare con lo sguardo i corteggiatori graditi.
In certi casi, lei si rivelava estroversa, sicura di sé, e persino spavalda. In certi altri, si chiudeva in una torre di riserbo, di intimità, di pudore, e in quella torre accoglieva solo pochi privilegiati e solo in momenti straordinari. In breve, quella bella Lola che faceva abbassare gli occhi per la sua audacia, era la stessa Lola che abbassava gli occhi per timidezza e per disagio.
Aveva lunghissimi capelli neri e ricci, di cui andava orgogliosa, e che le incorniciavano un viso d’angelo inquieto, dove brillavano due luminose stelle di occhi castano scuro.
La sua bellezza era “eccezionale” in due sensi: indubbiamente in senso superlativo; ma era pure “eccezionale”, nel senso che costituiva una “eccezione” rispetto ai canoni e ai modelli della beltà sicula.
Ad esempio, la sua carnagione non era affatto scura, come quella di tante siciliane. Lola, infatti, aveva un meraviglioso incarnato chiaro, che tuttavia non scadeva nel bianco-latte, perché splendeva in un bianco-avorio, che dava il senso della purezza e del candore della pelle, senza però declinare verso lo slavato. Di certo, c’era una magica mistura di normanno e di arabo in quella sua “eccezionale” bellezza siciliana dalla pelle di pesca vellutata.
I grandi occhi scuri di Lola sapevano fulminare e, all’occorrenza, sapevano “parlare”. Addirittura, in certi casi, quegli occhi “parlavano” ancora meglio velandosi di lacrime. Invero, da quegli occhi castani trasparivano pensieri e sentimenti a volte pacati e dolci, a volte impetuosi e tumultuosi.
Erano, quei suoi occhi scuri, come due bellissimi cavalli neri di razza andalusa, ora mansueti e docili, ora ombrosi, ribelli e selvaggi. E si poteva star sicuri che quei due cavalli neri – a volte obbedienti alla briglia e al morso – sarebbero stati capaci in qualunque momento d’imbizzarrirsi e disarcionare il più esperto dei cavalieri.
Il suo incedere – eretto, disinvolto, imponente – non solo nulla concedeva all’andatura languida e svenevole di certe damine di città, ma addirittura faceva risaltare, senza artificio, una naturale e innata nobiltà nel portamento, persino nell’ondeggiare del seno e dei fianchi ad ogni passo.
E Turiddu? Turiddu era un bel giovane, un “piciottu” generoso, leale, onesto, con un’esplosiva voglia di vivere e di amare. Egli aveva qualche anno in più di Lola ma, come tutti i maschi di qualunque età, era meno maturo, era “in ritardo”, rispetto alle coetanee. Ragion per cui, mentre Lola poteva a buon diritto essere considerata una giovanissima donna, Turiddu, alla stessa età, non era che un ragazzo, un “carusu”.
D’altronde, questo è l’inesorabile destino dei maschi di ogni tempo! Il maschio (povero illuso!) si dà arie di superiorità, si atteggia a padrone assoluto, gonfia il petto e fa la faccia truce con la donna, favorendo così la leggenda del patriarcato. Ma, in effetti, la sua eterna “immaturità” lo porta prima ad accucciarsi accanto alla sottana della madre e poi a rifugiarsi fra le lenzuola di una moglie o di un’amante.
Insomma, il cosiddetto “maschio dominatore” ha avuto sempre bisogno di una “femmina dominatrice”: egli la cerca, la vuole ad ogni costo. E quando per lui le tigri femmine s’azzuffano e si sbranano, proprio lui, il leone sotto vuoto spinto, si defila dallo scontro, se ne lava le mani, e gira dall’altra parte la sua testa crinita.
Ebbene, Turiddu non sfuggiva a questa sorta di legge di natura. Orfano di padre sin da piccolo, era cresciuto all’ombra protettrice della madre, la gnà Vannina. Ed era venuto su un bel figliolo, tanto che le ragazze, quando andavano a messa o quando seguivano la processione, se lo mangiavano con gli occhi.
Infatti, e parlottando fitto fitto tra di loro, e liberando qualche risatina furbetta, e lanciando sguardi maliziosi alle compagne per indicare quel bel “picciottu”; e poi tirandosi sul mento le due cocche del fazzoletto, quasi a riacquistare un contegno perduto; le giovanissime vizzinesi non stavano nella pelle all’apparire di Turiddu.
Ma fra le tante ragazze di Vizzini, solo una fu quella che gli rubò per sempre la testa e il cuore: Lola.
Al solo vederla, Turiddu si sentiva bruciare il sangue nelle vene; e provava un desiderio simile alla sete che tormenta nelle ore calde dell’estate siciliana. Sicché si poteva dire che Turiddu era assetato di Lola!
Tra i due giovani, prima furono sguardi tanto fugaci quanto loquaci; poi timidi corteggiamenti e incerti approcci amorosi; poi la traboccante gioia di una reciproca promessa d’amore; e poi appassionati e dolci baci nell’oscurità di una “vanedda”[3] deserta che, chissà come e perché, aveva mille occhi e mille orecchie per spiarli.
D’altra parte, in Sicilia si soleva dire: «Nenti fari, ca nenti si sapi», ovvero: «Non fare nulla, così nulla si sa». E i due giovani e focosi innamorati…facevano tanto!
Con Lola fra le braccia, Turiddu toccava il paradiso. E spesso – ebbro d’amore – la sorprendeva alle spalle per gioco, quasi a farla spaventare, e poi, stando da dietro, le tappava gli occhi, e sempre da dietro le carezzava il seno, e poi le scostava i neri capelli e le mordicchiava il collo alabastrino, e la baciava, mentre Lola, ansimante, protestava con complicità e compiacimento: «No, Turiddu! No, ciatuzzu miu!».
A dire il vero, come poteva resistere il povero Turiddu, quando gli occhi di Lola si ficcavano nei suoi e gli sconvolgevano l’anima e il corpo?
Era felice Turiddu! E sognava ad occhi aperti notte e giorno. Andava dal bottaio, a fare riparare il “varrileddu”[4] per il vino? Ebbene, si poteva scommettere che, mentre il bottaio portava a termine il lavoro, Turiddu approfittava per fare una rapida scappata sotto casa di Lola, nella speranza di vederla un attimo. E se andava con la mula e il carretto a Francofonte a comprare il vino per la “putìa” (bettola) della madre, per tutto il viaggio da solo egli cantava per Lola e parlava con Lola.
Di notte, gli capitava di svegliarsi e di immaginare Lola distesa a letto accanto a lui. Così, sognando ad occhi aperti, la vedeva dormire come un angelo dai riccioli neri; e l’avrebbe voluta baciare, ma si ritraeva per paura di svegliarla.
Perciò Turiddu restava immobile a contemplarla soavemente, a carezzare con la fantasia quelle labbra coralline, a cadere in mille tentazioni, a ruminare nella mente tanti cattivi pensieri.
Addirittura, quando la “vedeva” inquieta nel dormire, quando il petto di Lola cominciava ad agitarsi come l’onda del mare, allora Turiddu precipitava in un vortice di sospetto e di gelosia, e si chiedeva: sta sognando me oppure sta sognando un altro? Era un inferno vivere in quel paradiso!
All’alba, Turiddu schizzava dal letto con una gran voglia di Lola: aveva bisogno di vederla, di baciarla, di cercare risposte ai suoi dubbi, di avere conferme rasserenanti.
A quel punto, quando i due giovani s’incontravano, Lola sorrideva al suo Turiddu innamorato e tormentato. E lo rassicurava, e lo baciava, giurandogli amore eterno, cercando di sanare le ferite d’amore del giovane. Ma la passione d’amore non può mai sanare le proprie ferite, perché, il giorno in cui tutte le ferite fossero state sanate, morirebbe la passione, morirebbe l’amore, cedendo il posto all’abitudine, alla routine, alla monotonia.
Ormai la stessa gnà Vannina si era accorta discretamente dei “furori amorosi” di suo figlio; e con un misto di compatimento e di affetto, andava ripetendo tra sé e sé: «La picciuttanza è forti a passare!»[5].
Per altri versi, l’innamorato Turiddu non si dava pace, perché non riusciva a capire certi atteggiamenti “contraddittori” di Lola. Insomma, egli soffriva maledettamente di quel cedere e poi concedere e poi recedere di Lola. Tutto ciò, per il povero Turiddu, era una folle e crudele strategia di Lola per farlo prima arrivare ai piaceri del paradiso, e poi precipitarlo nelle pene dell’inferno.
Sì, era felice Turiddu; ma, da maschio, non possedeva le categorie mentali e sentimentali della donna. E perciò, da maschio, s’illudeva di essere il “cacciatore” di una bellissima “preda” da conquistare con irruenza. E non sapeva, povero “carusu”, che, da che mondo è mondo, era proprio la “preda femmina” a dirigere la danza amorosa, a stabilire i tempi, le tappe e i modi dell’itinerario d’amore, a decidere quando scappare, come l’ariostesca Angelica, o quando tornare indietro per cercare il disperato “cacciatore”.
E la dimostrazione del “primato femminile” arrivò un giorno, quando Turiddu, frastornato e innervosito dal solito incomprensibile (per lui!) tentennare di Lola, ebbe a chiederle cosa avesse in testa, cosa mai volesse fare con quel suo tira e molla.
Allora, fulminea e fulminante esplose la risposta di lei: «Vugghiu a tia! A tia ca si beddu comu lu suli, e duci comu lu meli. Ti vogghiu!» «Voglio te! Te che sei bello come il sole, e dolce come il miele. Ti voglio!».
Con quella risposta, Lola andò al cuore della questione e, soprattutto, andò al cuore di Turiddu.
Tra l’altro, bisogna dire che, pur sognando e sospirando, il Turiddu innamorato non si sottraeva agli impegni di lavoro, e quindi aiutava la madre, la gnà Vannina “la putiara”, a gestire la loro povera bettola del vino, la “putìa”, che tutta Vizzini conosceva.
In verità, tutta Vizzini conosceva ancor di più “lu zitaggiu ammucciuni” (l’amoreggiamento di nascosto), che andava avanti fra Lola e Turiddu.
Purtroppo, quella storia d’amore giovanile fu interrotta e turbata dall’arrivo della cartolina precetto, che chiamò Turiddu al servizio militare come bersagliere.
Fu una mazzata per entrambi gli innamorati. E mentre Lola trascorreva le giornate in lacrime, Turiddu non si dava pace e, tra un lavoro e l’altro, andava ripetendo come una litania un vecchio detto siciliano: «A ura a quannu m’avia fattu zitu, m’arrivau a cartullina ddo surdatu!», ovvero: «Proprio quando mi ero fidanzato, mi arrivò la cartolina del soldato!».
Poi per Turiddu giunse il doloroso giorno della partenza. E la separazione, come spesso accade, mise lentamente in moto nuovi e inaspettati sviluppi.
Infatti, cresceva Lola, con la sua voglia di sistemazione e di nozze; e, nel contempo, cresceva pure la pressione della sua famiglia a farle dimenticare Turiddu – quel “carusazzu” senz’arte né parte – per sposare invece compare Alfio di Licuddia[6], un uomo posizionato e vigoroso, un lavoratore agiato, che faceva il carrettiere e teneva nella stalla quattro muli (un capitale!).
Certamente era un mestiere pesante e difficile quello del carrettiere. Un mestiere che esigeva lunghi periodi lontano da casa, con viaggi di parecchi giorni all’acqua e al vento sul carretto, andando per fiere e per mercati oppure nei paesi vicini a prelevare o scaricare merce.
Partivano di notte i carrettieri, per raggiungere località come Francofonte, Caltagirone e persino Catania. E il loro canto, dalla melodia lenta e malinconica, non solo mitigava la solitudine, ma accompagnava pure il suono dei “ciancianeddi” (campanellini) attaccati sulla testiera del mulo.
Nella torrida estate o nel rigido inverno; nel fango della campagna inzuppata di pioggia, dove affondavano il mulo e il carretto carico di “cacorciuli” (carciofi); nella fitta nebbia che d’inverno si stendeva sulla strada fra Vizzini e Francofonte; sotto il sole di luglio che bruciava la terra o sotto la pioggia torrenziale di fine agosto; e col pericolo costante che sullo stradone potesse improvvisamente pararsi innanzi un brigante; con tutto ciò, i carrettieri procedevano inarrestabili nel loro lavoro.
Quasi sempre solo – per giornate intere a parlare soltanto col mulo – il carrettiere aveva dello scontroso e del selvatico. Era un uomo dotato di un coraggio quasi animalesco; e aveva una robustezza fisica tale da affrontare all’aperto tutti gli sbalzi del clima siciliano.
Sicché si può dire che qualunque carrettiere, nelle poche occasioni in cui tornava a casa, avvertiva una sua inevitabile doppiezza, che a volte lo faceva agire da despota e, altre volte, lo riduceva a un ospite spaesato e tollerato in casa propria.
Ad ogni modo, nella gara con Turiddu per la conquista di Lola, compare Alfio di Licuddia partiva favorito, giacché aveva al suo attivo due carte vincenti: una maturità virile che Turiddu non possedeva; e una posizione economica di gran lunga superiore a quella del “bersagliere” (così ormai tutta Vizzini chiamava Turiddu).
Tra l’altro, a Vizzini, compare Alfio era circondato dal rispetto dei paesani, specie quando gli capitava di narrare i suoi “viaggi” col carretto o di descrivere luoghi e personaggi lontani.
Per compare Alfio, ad esempio, i catanesi erano “catanisazzi tragidiaturi e soldi fausi” (catanesi commedianti e ingannatori come i soldi falsi); erano pure “chiacchiarunazzi, tuttu fumu e nenti arrustu” (chiacchieroni, tutto fumo e niente arrosto). Per non parlare del malcostume catanese: «A Catania – raccontava compare Alfio, con aria da uomo vissuto – c’era un intero quartiere, grande come mezza Vizzini, in cui le donne di malaffare si prostituivano». E i vecchi, seduti al sole come lucertole, ascoltavano attenti e sbigottiti le parole del carrettiere di Licuddia, che non abbandonava mai la sua “zotta”[7], neppure quando era senza il mulo.
Così, in quel clima di benevolenza e di ammirazione, e soprattutto in assenza di Turiddu, avvenne la promessa ufficiale di matrimonio fra Lola e compare Alfio.
Nel frattempo, conclusasi la leva militare, Turiddu tornò a casa. Sicché tutta Vizzini lo poteva ammirare la domenica, mentre si pavoneggiava in piazza coi suoi baffetti neri, con la divisa di bersagliere, con il fez rosso cremisi in testa, con la pipa in bocca, e soprattutto con una gran voglia di vendicarsi della ferita infertagli da Lola.
A dire il vero, Turiddu non aveva tutti i torti: infatti, quel servizio militare gli era costato tantissimo. Insomma, nella sua assenza da soldato, sua madre s’indebitò e fu costretta a vendere la mula e il pezzetto di vigna che si affacciava sullo stradone. Ma il prezzo più salato Turiddu lo stava pagando con il tradimento di Lola, con la promessa di matrimonio fra compare Alfio e Lola.
Perciò la cercava come un animale ferito e rabbioso, sperando di vederla, per vomitarle addosso tutto il veleno accumulato. Ma invano! Lola si era eclissata, ed evitava in tutti i modi d’incontrarlo. E soprattutto evitava d’incontrare gli “occhi ladri” del suo antico innamorato, quegli occhi che le avevano rubato il cuore per sempre.
Un giorno, Turiddu vide per caso Lola che, assieme ad altre compagne, tornava da un pellegrinaggio alla Madonna del Pericolo. Finalmente egli la rivide e, con amara e pungente ironia, seppe dirle soltanto: «Miat’iddu cu vi vidi!» («Beato colui che vi vede!»).
Al che Lola, senza fare una piega e fingendo una serena quanto falsa indifferenza, gli rispose: «Oh, compare Turiddu, me l’avevano detto che siete tornato al primo del mese».
Per tutti i diavoli dell’inferno! pensiamo per un attimo al dolore e alla rabbia di Turiddu. Dopo tanto amore e tanta intimità, ora si davano del “voi”, come due estranei. E addirittura lei, impassibile, trattandolo come l’ultimo degli estranei, gli andava a dire: «Me l’avevano detto che siete tornato».
Perciò il giovane, inviperito e geloso, rispose a tono: «A me han detto delle altre cose ancora! È vero che vi maritate con compare Alfio, il carrettiere?».
«Se c’è la volontà di Dio», disse Lola che, non volendo dare una risposta netta e affermativa, svicolò rifugiandosi nella comoda “volontà di Dio”.
A quel punto, la gelosia e la rabbia di Turiddu esplosero in un crescendo di ricordi e di rimproveri: «Non ci pensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortile? E non ci pensate più che, prima di partire a fare il soldato, mi regalaste quel fazzoletto che solo Dio sa come l’ho bagnato di pianto mentre andavo lontano?».
Soffrivano entrambi i due giovani ancora innamorati. E mentre Turiddu inveiva e si sfogava, Lola, per non lusingarlo e per non prolungare l’agonia del loro amore, ostentava indifferenza, laddove in cuor suo piangeva per la malasorte toccata a loro due, e soprattutto a Turiddu.
Un bel giorno, Lola si sposò col carrettiere di Licuddia.
E tutti pensarono che ormai fosse spento quel fuoco che prima ardeva nei cuori di Turiddu e di Lola. Ma si sbagliavano! Turiddu non si arrendeva e non aveva rinunciato al suo grande amore. Sicché le sue “passiati” (passeggiate) sotto il balcone dell’antico amore non si potevano contare.
Lola, però, non si affacciava, sia per non dare scandalo al vicinato, sia per non illudere Turiddu.
Ma il dèmone della gelosia stava per travolgere e tormentare tutti i personaggi di quella tragedia siciliana.
Infatti, sulla gelosia di Lola puntò Turiddu, facendo la corte a Santuzza di massaru Caloriu[8], che abitava proprio di fronte alla casa di Lola, la nuova casa, dove compare Alfio la teneva e manteneva come una regina. E il “bersagliere” tanto fece e tanto recitò, che riuscì a far perdere la testa a Santuzza e, nel contempo, a fare ingelosire Lola.
Quest’ultima, infatti, “si ammucciava”, si nascondeva dietro le grandi “raste”[9] di basilico al balcone, per ascoltare ogni parola delle schermaglie amorose fra Turiddu e Santuzza.
A dire il vero, pur sposata con compare Alfio, Lola era gelosissima di Turiddu, e non si rassegnava a vederlo fra le braccia di un’altra. In tal modo, Lola era il classico esempio della “traditrice” che non accetta il “tradimento” del “tradito”, ossia di colui che proprio lei in piena coscienza aveva già tradito.
In altri termini, Lola aveva tradito Turiddu, abbandonandolo per sposare il carrettiere; ma, dopo quel suo tradimento, Lola non accettava assolutamente di essere “tradita” dal già “tradito” Turiddu.
Perciò si rodeva il fegato la bella Lola, e diventava rossa di rabbia, perché nel suo cuore l’amore per Turiddu non era morto, anzi era rimasto immutato e vivo più di prima.
Fu così che la gelosia divenne una pessima consigliera, spingendo Lola a fare il primo passo per riaccendere la passione e la speranza nel petto di Turiddu.
Difatti, andando una domenica a messa da sola perché il marito era lontano da Vizzini, Lola prese l’iniziativa e lanciò un ardito ed esplicito segnale a Turiddu. «E allora, compare Turiddu, non si salutano più i vecchi amici?», disse la giovane con una buona dose di sfrontatezza.
Incredulo e frastornato, l’infelice “bersagliere” sospirò: «Beato chi vi può salutare!».
«Se avete intenzione di salutarmi, lo sapete dove sto di casa!», aggiunse Lola con una risposta che era una sfida e un incoraggiamento da tradurre fedelmente così: Se avete intenzione di “salutarmi”, sapete dove trovarmi. Io vi aspetto!
A dire il vero, di tutto aveva bisogno Turiddu, tranne che di incoraggiamenti. Perciò tornò a “salutare” Lola tanto spesso e con tanto slancio, che fece ingelosire Santuzza e fece insospettire il vicinato.
Fu così che Lola riconquistò l’antico amore, l’unico amore, mai spento e mai dimenticato.
E quando il carrettiere era assente, Turiddu entrava furtivamente di notte nella casa di compare Alfio, dove i due amanti – ora che il loro legame cozzava contro la legalità e la moralità – riassaporavano finalmente la felicità e l’amore con un’intensità e un impeto superiori a quelli dell’antica loro relazione amorosa.
D’altra parte, può sembrare assurdo, ma la passione amorosa vive di ostacoli, anzi ha bisogno dell’opposizione e dei contrasti, ossia di essere in guerra con il mondo e con le leggi del mondo, di essere perseguitata, per crescere e prendere vigore. E la passione di Lola e di Turiddu era come il fuoco che, nel contrasto col vento, si alimenta, si espande, si fa incendio che brucia tutto, e, purtroppo, persino gli stessi due amanti.
A volte, nelle notti di luna piena, due ombre s’incontravano furtivamente fra le tenute di fichidindia della Cunziria, alla periferia di Vizzini. Erano Turiddu e Lola che, come fantasmi senza pace, cercavano la pace nell’appagamento del piacere d’amore.
Al chiaro di luna, sotto un cielo ricamato di stelle, meraviglioso appariva a Turiddu il corpo seminudo di Lola distesa sull’erba. Era una visione celestiale quel viso d’angelo incorniciato dai riccioli neri. Ed era un trionfo di baci e di carezze, mentre irresistibile si levava l’inno di eros ad accompagnare il furore dell’abbraccio di Lola e di Turiddu.
Poi, tracannato avidamente il piacere, subentrava la quiete fra i due giovani amanti. Così, nell’assoluto silenzio cosmico di quella notte di luna, l’anelito ardente e affannoso cedeva il posto al respiro calmo e profondo di due anime, che trovavano pace nel sentirsi sazie di felicità.
Alla fine, su quel certame amoroso scendevano il silenzio e la quiete; e la complice luna poteva contemplare Turiddu col capo adagiato sul seno nudo di Lola, mentre lei, mollemente distesa, carezzava i capelli del suo amato, inondandolo di baci teneri e delicati.
In quelle notti di luna piena, i due infelici amanti erano felici. E si facevano reciprocamente coraggio perché, se da un canto era sicura la condanna degli uomini, dall’altro lato era altrettanto sicura la comprensione di Dio che li avrebbe invece perdonati, perché l’occhio divino guarda misericordioso all’intenzione di due povere sue creature, che “peccano” per amore.
Lola era talmente felice che, in certi momenti, la si poteva sentire cantare questo stornello dedicato segretamente al suo Turiddu:
Fior di giaggiolo,
Gli angeli belli
Stanno a mille in cielo,
Ma bello come lui
Ce n’è uno solo[10].
Purtroppo la felicità non era fatta per i due amanti, né era fatta per il mondo degli umani!
Il fuoco della gelosia aveva ormai divorato anche Santuzza, la quale, ingannata e disperata, svelò la tresca a compare Alfio dicendogli: «Mentre voi siete lontano da Vizzini, vostra moglie vi adorna la casa!».
Fu un incendio immane di gelosia che Santuzza appiccò nel petto di compare Alfio. Costui era rientrato felice da Francofonte, portando in regalo alla moglie una veste nuova per le feste pasquali. Durante tutto il viaggio, il carrettiere aveva sognato sua moglie Lola mentre sfoggiava la veste nuova, destando l’ammirazione e l’invidia di tutta Vizzini per la messa di Pasqua.
E, purtroppo, la Pasqua non fu affatto una festa! Basti pensare che, mentre tutti si scambiavano gli auguri di “Buona Pasqua”, la disperata Santuzza scagliò la maledizione di “Mala Pasqua” a Turiddu che l’aveva sedotta e abbandonata.
Compare Alfio era uno di quei carrettieri che portava la “coppola storta”, inclinata su un orecchio; era un “uomo di polso”, si diceva in Sicilia; un uomo, insomma, che non avrebbe ingoiato un sia pur minimo sgarbo; figuriamoci poi su una questione d’onore riguardante la fedeltà di sua moglie! E un uomo che perde l’onore, se è un vero uomo, deve ricorrere al sangue per lavare l’offesa.
Infatti, il senso dell’onore era dominante nella morale e nella vita, nella famiglia e nella società, di una Sicilia arcaica e contadina. Perciò le antiche e sanguinarie regole della cavalleria siciliana – cavalleria dei contadini e dei popolani di allora – imponevano di difendere sempre e gelosamente l’onore.
Addirittura, nei casi gravi, quelle regole pretendevano il ricorso a una “disfida”: un duello col coltello, per ristabilire l’onore offeso. E chi in Sicilia si sottraeva a quelle leggi della cavalleria, chi non vendicava l’onore, veniva inesorabilmente emarginato e considerato come un uomo da niente, un “cornuto” che, paziente come un bue, era a conoscenza di un tradimento e lo sopportava.
Insomma, per un marito avvelenato dal tradimento della moglie, per il furente compare Alfio, c’era una sola cosa da fare: sfidare a duello l’amante della moglie infedele, misurarsi con lui sino all’ultimo sangue, in un posto appartato, all’insaputa dei tanti che avrebbero potuto tentare di mettere pace. In breve, era ora di por mano al coltello.
A tal proposito bisogna dire en passant che, per ogni popolano siciliano, il coltello non era soltanto un’arma, era bensì il compagno di tutta la vita!
Difatti, in quel mondo di miseria, lontano da casa – quando l’unico pasto consisteva nel “pani schittu”[11], o nel “pani cunzatu”[12] o nel pane con un tozzo di formaggio o delle olive o una cipolla – per il contadino, per il pecoraio o per il carrettiere esisteva solo il coltello, che faceva le veci delle altre posate. E poi lo stesso coltello serviva al contadino per tagliare le verdure cresciute nell’orto o per “nzitari”[13] alcune piante.
E quando, nel mondo della cavalleria rusticana, il popolano metteva mano al coltello come arma, egli considerava quell’arma come uno strumento di giustizia in difesa dell’onore. Proprio così: in difesa dell’onore, anche a costo della vita. Perché la vita non era degna d’essere vissuta, se l’onore era perduto.
Etica rozza da rozza plebaglia? Certamente sì, se restiamo sul terreno morale. Ma sul piano storico dobbiamo pur ricordare che anche la cavalleria della nobiltà parlava di onore da difendere sino alla morte; e poteva far dire al re di Francia, Francesco I di Valois-Angoulême, prigioniero dell’imperatore Carlo V d’Asburgo dopo la disfatta di Pavia (24 febbraio 1525): «Tutto è perduto, fuorché l’onore che è salvo»[14].
Ma ora, da Pavia torniamo a Vizzini, dove compare Alfio venne a sapere del tradimento di sua moglie Lola con compare Turiddu.
Senza esitare, compare Alfio andò a cercare il “bersagliere”, che stava nella sua “putia” con alcuni amici, a fare bisboccia attorno a un piatto di salsiccia, con un fiasco di vino e una “vastedda”[15].
Era contento Turiddu, ma non era felice; e non era felice, perché in quei giorni non poteva stare accanto a Lola, dal momento che il marito di lei era tornato a casa per Pasqua. Parlava con gli amici di tutto, il nostro “bersagliere”, ma col cuore e con la mente andava a trovare Lola.
E invece, improvvisamente, fu compare Alfio, in carne ed ossa, ad andare a trovare Turiddu! Era un diavolo dagli occhi iniettati di sangue il carrettiere, che varcò la soglia della “putia” e si avviò decisamente verso il “bersagliere”, senza tener conto degli altri commensali.
Dai lampi di quegli occhi di fuoco che lo puntavano senza tregua, Turiddu capì tutto: capì che era giunto il momento del redde rationem, della resa dei conti con il marito di Lola. E, da giovane impavido, egli sostenne la sua parte: restò seduto, posò la forchetta sul piatto, e senza esitare disse: «Compare Alfio, avete comandi da darmi?».
Il carrettiere stette al gioco e rispose con una calma che mal celava l’ira: «Nessuna preghiera, compare Turiddu. Volevo solamente parlarvi di quella cosa che sapete voi».
Allora Turiddu si alzò e gli disse: «Eccomi, compare Alfio, sono a vostra disposizione».
A quel punto, il carrettiere lo abbracciò stretto, quasi per non farsi sentire dai presenti, e gli bisbigliò all’orecchio: «Compare Turiddu, se domani volete venire tra i fichidindia della Cunziria, potremo parlare da soli di quell’affare».
Era il prologo del sanguinario rituale della “disfida”. E decisamente Turiddu non si tirò indietro e disse: «Aspettatemi sullo stradone domani alla luce del primo sole, e poi alla Cunziria ci andremo insieme».
Dopo quelle parole, i due conclusero quella sorta di rito primitivo, scambiandosi sulle guance il bacio della sfida. Un bacio cavalleresco – da cavalleria rusticana, popolana e contadina – che era un impegno d’onore a mantenere la parola data.
All’indomani, prima che apparissero le luci dell’alba, ciascuno dei due duellanti stava già approntando gli ultimi preparativi per andare al fatale appuntamento con la morte.
Turiddu si recò nella stalla per prendere il lungo coltello a molla, che aveva nascosto sotto il fieno quando era partito per fare il soldato. Poi, al tenue chiarore aurorale di una mite giornata di aprile, il “bersagliere” si mise in cammino tutto solo, per incontrare compare Alfio nei pressi della Cunziria.
Nello stesso momento, in casa di compare Alfio era scoppiato il finimondo a causa di Lola che, vista l’ora e vista la faccia di suo marito, aveva intuito tutto e, temendo una tragedia, in lacrime continuava a chiedere impaurita: «Oh! Madonna santa! Che volete fare? Dove andate con tutta questa fretta?».
Finalmente compare Alfio la degnò di uno sguardo e, pallido come un morto, a muso duro e con l’occhio torvo, le disse con un sibilo minaccioso: «Vado qui vicino. Ma per te sarebbe meglio che io non tornassi più». Poi, sbattendo la porta, sparì sulla strada.
Da notare che il “tu” che compare Alfio diede a Lola non era affatto un “tu” di intimità, bensì un “tu” di disprezzo, ossia un “tu” che non si dava neppure a una serva, ma che normalmente si riservava a una donnaccia.
Lola era disperata. Ormai la sua bellissima storia d’amore con Turiddu si stava avviando a un epilogo da tragedia.
Ai piedi del letto, discinta, piangeva e recitava preghiere, baciando continuamente il rosario. Poi, pazza di dolore e di paura, Lola uscì di casa in camicia da notte, nella speranza di fermare il marito e di evitare la tragedia di un duello rusticano. Ma non era facile cercare le tracce di compare Alfio.
Intanto, mentre la povera Lola vagava per le strade di Vizzini come un folle fantasma, i due duellanti s’incontrarono e fecero insieme l’ultimo tratto di strada che portava alla Cunziria e alla morte.
Bisogna dire che Turiddu, pur avendo accettato la sfida con tutte le sue funeste conseguenze, si sentiva in colpa e inconsciamente nutriva una certa comprensione per quel marito tradito che cercava vendetta. Invece compare Alfio – freddo come il ghiaccio e pallido come un morto – tirava dritto con la bocca cucita e il berretto sugli occhi.
Giunti alla Cunziria, i due si tolsero il berretto e il giubbetto per avere più libertà di movimento. Poi compare Alfio prese posizione, aprì il suo lungo coltello e, rompendo il silenzio, si rivolse al “bersagliere” con tono di sfida e di disprezzo: «Compare Turiddu, siete stato bravo a fare il comodo vostro a casa mia in mia assenza. Ora fatemi vedere quanto siete bravo qui in mia presenza».
Rispose subito Turiddu, il quale già impugnava il suo coltello: «Compare Alfio, com’è vero Iddio, so che ho torto. Sappiate, però, che non avete di fronte una pecora zoppa, perché io vi ammazzerò per amore di chi ho lasciato in lacrime a Vizzini». Disse questo, senza specificare se la donna in lacrime fosse sua madre o Lola.
«Così va bene! – rispose il carrettiere – Vuol dire che faremo sul serio e andremo sul pesante tutt’e due».
Entrambi erano bravi nel maneggiare il coltello, nello scansare i colpi con agilità e destrezza; e stettero alquanto a studiarsi e a tentare delle finte, per disorientare l’avversario.
Quando il duello entrò nella fase decisiva, compare Alfio prese l’iniziativa e piazzò una coltellata nel braccio di Turiddu. Questi non perse la calma, non si scompose e, quando trovò l’occasione favorevole, sferrò una tremenda coltellata al basso ventre di compare Alfio. Costui barcollò, cadde in ginocchio e si trovò alla mercé del “bersagliere”.
A quel punto, sarebbe stata la fine per il malridotto compare Alfio. Ma Turiddu fu generoso e cavalleresco, e quindi non saltò addosso al carrettiere per dargli il colpo di grazia. Anzi, fece un passo indietro, si fermò, e disse: «Alzatevi, compare Alfio, e andiamo avanti».
Allora, con una buona dose di malizia e di opportunismo, ancora in ginocchio e quasi strisciando, compare Alfio lanciò vigliaccamente un pugno di terra negli occhi di Turiddu, gridando: «Aprite bene gli occhi, perché vi sto rendendo il favore con gli interessi!».
Accecato dalla polvere, il povero Turiddu si portò le mani agli occhi e cominciò a saltare indietro per salvarsi. Ma lo spietato compare Alfio, pur trascinandosi faticosamente, gli stava addosso per chiudere la partita.
In un attimo gli fu vicino. Ma, mentre compare Alfio stava per sferrare il colpo mortale, ecco che, come dal nulla, apparve Lola a interporsi fra i due, in difesa di Turiddu. Sicché la tremenda coltellata destinata a Turiddu squarciò il cuore della povera Lola, che cadde morta stecchita con la faccia rivolta al cielo.
Crollata Lola, il carrettiere si accanì immediatamente sull’inerme Turiddu, colpendolo allo stomaco e poi alla gola. Il nostro “bersagliere”, ferito a morte, barcollò, annaspò, per poi cadere faccia a terra come un masso.
A quel punto, il carrettiere di Licuddia si allontanò di corsa, portandosi sulla coscienza due morti e molto disonore.
Aveva voluto riscattare il suo onore, compare Alfio, ma, alla fine, il suo onore lo aveva perduto per ben due volte: la prima, per colpa di Lola e di Turiddu; la seconda, per colpa sua, quando vigliaccamente lanciò il pugno di terra negli occhi di un avversario generoso e cavalleresco. Così il “tradito” compare Alfio si fece a sua volta “traditore” senza onore.
A terra, tra i fichidindia della Cunziria, erano rimasti i corpi dei due infelici amanti. Ora Lola giaceva immobile con gli occhi aperti rivolti al cielo. La morte, quasi per miracolo, l’aveva fatta ritornare bellissima; il suo volto si era ricomposto in una serenità angelica; e il sorriso, il suo divino sorriso ammaliatore, era tornato a fiorire sulle sue labbra. Solo il petto immobile e inondato di sangue parlava della morte di Lola!
Il povero Turiddu era caduto accanto al corpo della sua amata, ma era ancora vivo, respirava a stento, anzi rantolava. Trascinandosi faticosissimamente, con un rivolo di sangue che gli scorreva dalla bocca, si accostò a Lola, le prese la bella mano alabastrina, gliela baciò, e spirò, mentre l’anima lasciava piangendo quel suo giovane corpo martoriato.
Così, per uno strano destino, i poveri fichidindia della Cunziria ebbero il privilegio non solo di fare da scenario al talamo d’amore di Lola e di Turiddu durante i loro convegni notturni, ma anche quello di assistere alla tragica fine di una storia d’amore e di morte.
Una leggenda popolare narra che sulla facciata della chiesa di Vizzini, in certe notti di luna piena, mentre si sente un lontano latrare di cani, si possono vedere le ombre di due angeli inquieti e tormentati che si abbracciano. E molti paesani credono che quei due angeli siano Lola e Turiddu, gli infelici amanti di Vizzini.
Ma, leggenda per leggenda, io son sicuro che Turiddu, quando volò in cielo, trovò Lola ad aspettarlo, ad accoglierlo fra le sue braccia per l’eternità, sussurrandogli dolcemente: «Ciatu miu, ciatu di lu me cori!».
[1] G. Verga, Cavalleria rusticana, in Vita dei campi, Treves, Milano 1880.
[2] Cavalleria rusticana, opera lirica in atto unico di Pietro Mascagni, su libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e di Guido Menasci.
[3] Viuzza.
[4] Bariletto, piccola botte.
[5] «La gioventù è difficile da passare».
[6] Si tratta di Licodia, un comune in provincia di Catania, confinante con Vizzini.
[7] Era una rudimentale frusta, formata da un lungo bastoncino di legno, alla cui estremità era attaccata una corda intrecciata.
[8] Massaro Calogero.
[9] La “rasta” è un vaso di terracotta per fiori o piante. In napoletano, invece, il vaso da fiori veniva chiamato “testa”. Da qui il verso immortale di Salvatore Di Giacomo nella poesia Marechiare: «nu carofano addora ‘int’a na testa» (un garofano che profuma in un vaso).
[10] Traggo questo famoso stornello dall’opera lirica, Cavalleria rusticana, di Pietro Mascagni.
[11] Era il pane senza alcun companatico, senza neppure una cipolla o un pomodoro.
[12] Era il pane poveramente condito con olio, sale e, se c’erano, alcune acciughe salate.
[13] Innestare, eseguire l’innesto in alcune piante.
[14] La stessa sera della disfatta, Francesco I scrisse alla madre, Luisa di Savoia, una lettera in cui diceva tra l’altro: «Madame, de toutes choses ne m’est demeuré que l’honneur et la vie qui est sauve» «Madame, di tutte le cose non mi è rimasto che l’onore e la vita che è salva».
[15] La “vastedda” siciliana era una grossa pagnotta rotonda, di circa un kilo, ottenuta con un impasto di grano Timilìa (Tumminia), che dava al pane un colore scuro e una notevole dolcezza.






















